domenica 9 aprile 2017

Luigi DE AGOSTINI

«Un calciatore furlan ha risorse speciali – racconta Camin – matura spesso nel silenzio, la sua dedizione al lavoro, qualsiasi lavoro, ha radici molto antiche. E se pensiamo De Agostini calciatore, lo pensiamo attaccante, piccolo e audace, al servizio dell’Udinese che veste gli stessi colori della sua futura squadra, la Juventus, nella quale si calerà come un elemento alla base di tutto, della stessa tradizione, degli ideali valori della maglia e della professione. Diventa titolare inamovibile nel ruolo di laterale sinistro proprio all’uscita fisica dal ruolo di Cabrini. Lo diventa anche in Nazionale, dove Vicini, gli preferisce spesso la finezza araldica del Maldini, dovendo tuttavia convenire che De Agostini è il jolly ideale per ogni incombenza. La qualità del piede che trasferisce palloni decisivi nell’area piccola, anche di prima intenzione così da consentire al bomber naturale la fondamentale deviazione di testa, la qualità della corsa abbinata a un tackle risoluto quanto leale che ne fa un agonista mai domo. Pur nei giorni meno brillanti di Madama, questo furlan ha rappresentato l’anello di congiunzione col passato di tutte le vittorie e, col recupero della normalità, è stato il più pronto a capire la svolta e a dare il suo contributo. Un calciatore furlan ha sempre risorse speciali. Matura spesso nel silenzio dell’operosità e dell’osservazione, i suoi mezzi e la sua classe. De Agostini entra di diritto nella schiera dei più grandi per il cuore meraviglioso che lo sostiene, un professionista davvero raro per i nostri giorni; non lo anima il denaro, ma l’amore per la maglia. I suoi furenti raid sulla fascia sinistra provvigionano l’attacco dei servizi decisivi».
Approda in riva al Po nell’estate 1987. Gigi è un professionista molto serio, può giocare indifferentemente sia sulla fascia sia in marcatura, sia in mediana che come mezzala; giocatore dai classici piedi buoni, tira le punizioni e diventa anche il rigorista della squadra. «Quando sono arrivato alla Juventus, la maglia numero tre era ben salda sulle spalle di Cabrini. Allora sono stato impiegato da mediano, dimostrando di poter coesistere con Antonio. Non mi piace che il pubblico mi identifichi solo nel giocatore che corre sulla fascia sinistra e piazzi precisi cross per la testa degli attaccanti».
De Agostini corre e combatte, puntella alla bisogna in ogni parte del campo, applica sul campo quelle teorie sul calciatore universale che, ogni tanto, qualcuno rispolvera, tanto per sottolineare che questo tipo di giocatore è oramai scomparso. Ha la sfortuna, però, di arrivare in una Juventus modesta, troppo impegnata a un vano inseguimento di Napoli e Milan e vi rimane per cinque campionati. Il suo trasferimento all’Inter, avvenuto nell’estate del 1992 è causato, forse, da una leggerezza dello staff bianconero convinta che il jolly De Agostini avesse già espresso il meglio di sé; in neroazzurro rimane una sola stagione, per poi vivere una seconda giovinezza alla Reggiana.
È stato lo stakanovista di una professione vissuta sempre con grande serietà e passione: «Per giunta, ho anche un record ignorato da molti; nelle stagioni 1987-88 e 1989-90, con quasi settanta partite, sono stato il giocatore italiano che ha disputato più incontri ufficiali. Inoltre, sono arrivato ad un passo dallo juventino Magni, il solo che abbia portato sulle spalle tutti i numeri di maglia. Così, in occasione dell’ultima partita della mia carriera, ho chiesto e ottenuto dall’allenatore, di poter indossare la maglia numero cinque, l’unica che, a parte quella da portiere, mi mancava ancora».


ENRICO VINCENTI, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE 2009
«Dicono che noi friulani siamo freddini, ma in realtà appena entriamo in sintonia con una persona ci apriamo e diventiamo amici per la pelle». Al di là dei luoghi comuni, cosa significa crescere calcisticamente in una città dove il calcio non è vissuto come ad esempio a Genova, Napoli o Roma? «Da un lato può essere un bene, perché ti permette di crescere nella tranquillità, però, mancando la pressione, rischi di arrivare sempre ad un passo dall’obiettivo senza centrarlo».
Sei anni, anche se in due momenti diversi, con la maglia dell’Udinese. Cosa ricordi di quell’esperienza? «Ovviamente devo tantissimo all’Udinese, perché mi ha permesso di diventare giocatore e di poter arrivare a un grande club come la Juventus. I primi tre anni alternavo partite con la prima squadra a quelle con la Primavera. Nella prima stagione abbiamo vinto il campionato di B. Nel secondo siamo riusciti a salvarci arrivando quindicesimi e abbiamo vinto la Mitropa Cup. Nel terzo ho vinto il campionato con la Primavera. Poi sono andato a fare esperienze a Trento e Catanzaro, dove sono maturato sul piano caratteriale per poi tornare a Udine dove mi sono trovato a giocare con Zico, uno dei più grandi campioni che siano mai esistiti».
Cosa significava per un giovane giocare con lui? «Sotto un certo aspetto poteva essere una responsabilità in più, ma all’atto pratico era semplice, perché bastava correre perché ti arrivasse la palla tra i piedi. Qualsiasi scambio con lui significava poter avere sempre la palla messa nel punto giusto con la velocità giusta, sia per continuare la corsa sia per calciare. Insomma se sbagliavi era solo colpa tua».
Per pochissimo, appena un anno, non sei riuscito a giocare con un altro fenomeno, Michel Platini: «Mi è dispiaciuto. Platini e Zico erano fuoriclasse che avevano qualcosa in più degli altri e sono stati anche dei grandi realizzatori. Insomma due giocatori che facevano sempre la differenza».
Qual è stata la prima volta che hai visto giocare dal vivo la Juventus? «A San Siro contro il Milan. Da piccolo ero tifoso rossonero. Mio zio faceva il carabiniere a Bollate e mi aveva invitato a vedere la partita. Ero molto piccolo ed era la Juventus di Castano, Del Sol e Cinesinho. A vedere quello stadio mi sono detto: qui io devo giocarci, prima o poi».
Cosa significava affrontare la Juventus quando indossavi la maglia dell’Udinese? «Era come incontrare la Nazionale, se poi ci aggiungevi Platini e Boniek immagina cosa potevi provare prima della gara. Era una partita sentita, perché per una provinciale è il massimo potersi misurare con squadre di livello mondiale».
Quale Juventus-Udinese ricordi con maggiore piacere? «Quello della stagione 1983-84 al Comunale di Torino. Io giocavo nell’Udinese e perdemmo 3-2. Era il primo anno di Zico e il brasiliano fece letteralmente impazzire la difesa della Juventus. Si stava addirittura vincendo per 2-1 quando entrò Vignola al posto di Boniek e fece una doppietta. Fu veramente una grande partita, ma nel corso degli anni ce ne sono state tante di spettacolari fra queste due squadre, sia a Udine sia a Torino».
Cosa hai provato quando sei arrivato alla Juventus? «Ho capito subito cosa significava indossare questa maglia e l’importanza che rivestiva nel calcio italiano. Ho sempre cercato di onorarla al meglio. La Juventus in cui mi trovai a giocare era una squadra in costruzione dopo un ciclo vincente. Anzi, forse sarebbe meglio dire in restaurazione. Nel suo piccolo comunque è riuscita a vincere due coppe e ad arrivare ad altre due finali».
Sei stato spesso paragonato in quegli anni ad Antonio Cabrini: «Insieme a Maldini, Cabrini è stato uno dei più grandi terzini sinistri della storia del calcio. Per me era fondamentale riuscire a carpire qualche suo segreto. Anche se ho sempre cercato di mantenere alcune caratteristiche che mi distinguevano da lui. Io, infatti, avevo iniziato da attaccante per poi fare il centrocampista, il mediano e infine il terzino. Nei primi due anni sono riuscito a giocare assieme a Cabrini proprio per questo motivo: io facevo il mediano e lui l’esterno sinistro. Riuscivamo a interscambiarci molto bene: quando uno attaccava l’altro difendeva. La stessa cosa mi succedeva in Nazionale con Paolo Maldini».
A proposito di Nazionale: il 1990 ti vede fra i protagonisti del Mondiale italiano: «Quel terzo posto grida ancora un po’ vendetta, perché almeno la finale la meritavamo. Il fatto di avere giocato la semifinale a Napoli di certo non ci ha aiutati. I rigori hanno poi fatto il resto».
Nello stesso anno però vincesti due importanti trofei con la Juventus: una Coppa Italia e una Coppa Uefa: «Due vittorie importanti con una squadra di operai, non di fuoriclasse. Una squadra molto motivata con un grandissimo allenatore, Dino Zoff, che si faceva voler bene e quindi ci si metteva anche un pizzico di impegno in più».
Il rapporto con Zoff era di lunga data: «Fu lui il primo a convocarmi in Nazionale, nella selezione olimpica con la quale feci il mio esordio in Grecia, a Patrasso. Poi, qualche anno dopo, me lo sono ritrovato alla Juventus e ne sono stato felicissimo. Oltretutto friulano, della mia terra, taciturno e tenace, un autentico esempio fuori e dentro il campo, un vero onore averlo avuto come allenatore. Come un onore è stato avere conosciuto Gaetano Scirea. Due uomini che incarnavano il vero stile Juventus».

1 commento:

Giuliano ha detto...

Ciao Gigi sei stato un esempio sia come calciatore che come uomo sia 88dai tempi dell'Udinese sia quando giocavamo insieme nel costantini
un saluto
Giuliano Coccolo